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Coltivare la diversità

Buono da mangiare, buono da pensare, buono da coltivare. Intorno a questo triangolo virtuoso si è giocata per secoli la pratica quotidiana

del consumo e della produzione del cibo.

 

L'avvento della modernizzazione agricola, oltre all'indubbio risultato di svincolare l'umanità dal dramma dell'insicurezza permanente,

tramite importanti risultati nella crescita delle produzioni di alimenti a livello mondiale, ha rotto l'equilibrio che legava il cibo all’esperienza della sua coltivazione, emancipando le città dalle campagne, dividendo chi consuma da chi produce e concentrando il “sapere agricolo” in un numero limitato di operatori.

 

Paradossalmente, tale abbondanza è ancora ricca di diseguaglianze rese evidenti dalla denutrizione di un miliardo di persone, ma anche dai nuovi conflitti scatenati dal controllo delle risorse, dalla questione ambientale, dall’urbanizzazione degli spazi rurali, dalla investimenti in tecnologia, dalla competizione tra cibo,acqua, terra e agrocarburanti.

 

La mitigazione dei conflitti qui solo accennati passa dunque attraverso il rispetto della diversità dei sistemi agricoli, il rafforzamento delle produzioni del territorio, il loro ricollegamento alle comunità. Qualcuno comincia già ad identificare questa nuova opportunità strategica in una nuova “Agricoltura Sapiens”: cercare un’alternativa al modello agroindustriale infatti, non vuol dire perseguire un immaginario, romantico e, in maniera anacronistica, pauperismo contadino. Si tratta piuttosto di assumersi una responsabilità collettiva nei confronti della produzione di cibo in quanto bene comune e non risorsa privata. E ritrovare un legame virtuoso con un cibo buono da mangiare, buono da pensare, buono da coltivare.

 

 

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